QUANDO IL CINEMA È AD ALTA QUOTA

Dal 26 al 30 luglio prossimo avrà luogo a Cervinia la terza edizione del Premio Alp/Cervino. Qualcuno si è chiesto se era necessario un altro festival. Qualcun altro si è chiesto se il cinema di montagna è ancora vivo. Qualcun altro, ancora, se è mai esistito. La risposta è sempre sì. Questo non è un festival come tutti gli altri, ma un "festival dei festivals", che mostra quindi il meglio della produzione mondiale nel settore. La verità che sono benvenuti (anzi, lo debbono essere) tutti i festival e in generale le occasioni di mostrare una cinematografia, che non avrebbe altrimenti molte altre possibilità di fruizione da parte di un pur numeroso pubblico di appassionati.
In fondo in Italia, a parte alcune rassegne, c'era solo il festival di Trento a dare un quadro preciso e di ampio respiro dello stato dell'arte di questa branca di cinematografia. Penso che coloro i quali si pongono questi interrogativi siano "addetti ai lavori" che girano per tutti i festival, se non del mondo, di sicuro d'Europa, e che troppo spesso dimenticano che esiste un pubblico di persone "normali" che va a vedere questi film e ha il diritto di vederli.
Il fatto che le sale in queste occasioni siano sempre piene dovrebbe far riflettere sull'opportunità di moltiplicare le occasioni di divulgazione e promozione del cinema di montagna. Anche perchè la televisione italiana non brilla per il suo contributo alla suddetta divulgazione. A parte qualche documentario del National Geografic e poco altro, difficilmente passano in tivù i film che vediamo in questi festival. Per non parlare della distribuzione nei cinema, dove ogni tanto, raramente, approda un lungometraggio, la tanto vituperata (dai puristi) fiction del cui ingresso nei festival di cinema di montagna si è tanto discusso e tanto ancora si discute. Alla fine, però, l'idea è passata quasi ovunque. Ci è voluto qualche anno per capire che doveva essere creata una apposita categoria del concorso: adesso in questi festival possiamo vedere Himalaya, l'enfance d'un chef che uscirà nelle sale probabilmente a Natale, e molti altri splendidi film a soggetto che, di nuovo, vedremo solo in queste occasioni.
Questo settore non è diverso da qualunque altro settore cinematografico. Come il cinema in generale rispecchia la società in cui viviamo, ma anche i nostri desideri e i nostri sogni, le imprese e le sfide dell'uomo. Come nel cinema in generale, è in crisi quello italiano, con una produzione esigua e non sempre di qualità, spesso a causa di scarsi mezzi, ma talvolta anche, e bisognerebbe dirlo, di scarso talento.
Quando non ci fu più nulla da conquistare, fu inevitabile il grido d'allarme: "L'alpinismo è morto, il cinema di montagna è morto". Non era vero. L'uomo ha trovato nuove sfide, perchè è insito nella sua natura il misurare continuamente i propri limiti e le conquiste già fatte. Ha anche imparato a interrogarsi di più sul proprio rapporto con la natura e l'ambiente, sull'incidenza del proprio operato sui fragili equilibri non solo naturali ma anche sociali di molte aree del mondo. E il cinema, come sempre, è li presente a documentare questa evoluzione. Forse il termine "cinema di montagna" non è più adeguato a una realtà oggi molto complessa e vitale.
Ma oggi grazie a questi festival possiamo conoscere i problemi di chi fa il formaggio sulle Alpi, degli alpinisti dell'ex Unione Sovietica e del popolo tibetano oppresso dalla dominazione cinese. Possiamo vedere i filmati degli ultimi exploit sportivi, il saccheggio dei beni archeologici nella città delle scimmie in India e i cartoni animati ambientalisti. Possiamo riflettere sulle spedizioni commerciali sull'Everest, sulle grandi imprese e i grandi personaggi del passato, su usi, costumi, tradizioni e culture montanare destinate all'estinzione. Questo sono i festival del settore. E ben vengano tutte le opportunità di far conoscere a più gente possibile questo genere cinematografico e le riflessioni cui induce.

(Valeriana Rosso - Il Sole 24 Ore - 22 luglio 2000)


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