Premio Alp/Cervino
Sono un bel vedere, tre giorni di film premiati da sette festival di montagna in giro per il mondo o scelti dai loro direttori. Un piacere non solo agli occhi degli appassionati, ché un ampio ventaglio, della ventina presentata da mercoledì a ieri al Breuil nell'ambito del premio Alp/Cervino diretto da Valeriana Rosso, avrebbe ben figurato in qualsiasi festival "grande". È vero che le opere in concorso provenivano da una severa scrematura, ma la stessa giuria ha scelto con difficoltà tra due terne di pari livello. I registi Fulvio Mariani e Giorgio Vivalda e i giornalisti Leonardo Bizzaro e Toni Cembran hanno infine premiato l'americano Windhorse di Paul Wagner, che l'anno scorso aveva trionfato a Telluride, in Colorado, per la categoria riservata ai gran premi delle rassegne internazionali, mentre è andato al francese Adieu Monde di Sandra Kogut il premio Plateau Rosa, per il miglior film tra quelli scelti dai direttori. Il primo potrebbe essere la continuazione di Sette anni in Tibet o Kundun ma, rispetto a quelli, il regista ha saputo fuggire ogni banalizzazione. Il suo, coprodotto con i nepalesi, è un lavoro di grande impegno politico, che denuncia la spoliazione culturale compiuta dai cinesi in Tibet, senza schierarsi, riuscendo a non fare del "paese delle nevi" un luna park della religione. Sullo schermo c"è perfino qualche cinese "buono" e son state evitate prevedibili schematizzazioni.
Discorso diversissimo ed analogo per Adieu monde. Sandra Kogut cerca di raccontare la realtà di un paesino delle Alpi francesi attraverso la testimonianza degli abitanti. Ne esce un panorama dalle verità contrapposte in cui ognuno racconta la sua versione, con grande ironia ed un pizzico di satira nei confronti delle interviste raccolte per strada ormai da ogni telegiornale, ultimo stadio del giornalismo da piccolo schermo. La regista mescola poi il tutto, lo passa in un frullatore elettronico da cui escono parvenze di vecchi super 8, sfarfallanti bianchi e neri da televisione delle origini, ombre del passato che fanno apparire realmente falsa ogni verità e danno invece parvenza di realtà alla canzoncina d'un pastore sconparso con le sue capre - forse, ma chi può dirlo? - inseguendo una fanciulla.(La Repubblica - 1 agosto 1999)
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