Articoli
intervista a cura di Valeriana Rosso su ALP
Sandro Gastinelli nasce a Cuneo nel 1968 e, dopo un paio d'anni di esperienza come
operatore in una televisione privata, nel 1990 fonda "Studiouno Produzioni Televisive"
a Boves dove vive fino a pochi anni fa quando decide di seguire sino in fondo la scelta di
vivere il più a contatto possibile con ciò che rappresenta le sue radici, la sua storia.
E non solo durante i fine settimana o per girare i documentari che fanno parte del suo
progetto di ricerca sul territorio, ma come luogo di residenza primaria, di abitudini e
gesti quotidiani. Come scelta di coerenza da parte di una persona genuina ma non ingenua,
determinata a realizzare un progetto di vita e lavoro che non è frutto di mode del
momento. Così va a vivere a Rosbella di Boves, con la moglie Marzia con cui condivide da
sempre tali progetti, e i due figli, Edith e il piccolo Leo.
I suoi film, di cui elenchiamo più avanti i titoli principali, lo hanno imposto all'attenzione
degli addetti ai lavori e dei festival, di cinema di montagna ma non solo, di mezzo mondo
dove, nonostante la disattenzione da lui lamentata da parte di molte giurie, ha ricevuto
oltre 11 premi. Sandro ha ricevuto l'apprezzamento di personaggi come Pupi Avati, Mario
Brenta e Folco Quilici. Ma lo hanno soprattutto fatto molto amare dal pubblico, e non solo
quello locale. Abbiamo incredibilmente visto in vari Paesi europei il pubblico reagire
sempre allo stesso modo ai suoi film, con grande simpatia, curiosità e interesse verso le
storie che lui racconta, come se ci fosse sete di conoscenza verso le proprie origini.
Come se il mondo contadino da cui arriviamo fosse in fondo lo stesso ovunque e come se il
pubblico capisse l'urgenza di raccogliere le ultime testimonianze possibili perché di
quel mondo, di quegli usi, costumi e tradizioni rimanga memoria.
Nel '96 è l'autore di "Parla de Kyè", un video sulla fienagione nelle Alpi
occidentali.
Nel 1999 realizza e coproduce con la RAI di Aosta, "Mari, monti e? gettoni d'oro",
sulla vita di un montanaro, Piero Tassone, attraverso la quale rivivono 70 anni di sogni e
illusioni di un'intera generazione.
Nel 2000 realizza "Aiga d'en viage, storie d'acqua e di speranza", una storia di
religiosità popolare nelle valli alpine del Cuneese sullo sfondo della grande alluvione
del 1957.
Da "Aiga d'en viage" viene tratto il cortometraggio "Arriverà il sole",
che è il racconto in fiction di una sola delle storie già presenti nel mediometraggio.
Del 2002 sono una serie di video riguardanti la pastorizia ("Pastres de Sambucanos"),
le emergenze artistiche e religiose ("Retournar"), gli itinerari turistici ("Vall&Stura"),
i forni e i mulini ("Marlevar"), della Valle Stura di Demonte.
Il 2003 è l'anno di "A l'avirun ed l'aibu", un racconto a più voci di cosa
abbia significato vivere la "civiltà del castagno" nelle Valli Monregalesi,
sulle Alpi Occidentali, e di come si possa ancora oggi vivere all'ombra dell'albero per
eccellenza.
"Piròt, en fiét d'en bot" è il titolo dell'altro film realizzato nel 2003 che
racconta la vita dei bambini, ieri e oggi, in Valle Maira, attraverso le parole del
vecchio Piròt e la forte immaginazione degli alunni dell'ultima pluriclasse dell'alta
valle.
Sandro, ci puoi raccontare la tua vita tra quelle montagne?
Qui la vita è quella che sognavo potesse essere fin da bambino.
In più ho avuto la fortuna di condividere vita e lavoro con mia moglie Marzia. Io e lei
siamo sintonizzati da sempre sulla stessa frequenza e il giorno in cui si è presentata l'opportunità
di salire qui a Rosbella non ci abbiamo pensato due volte: è bastato uno sguardo per
decidere. Rosbella è la più piccola e più alta frazione di Boves. 1000 metri di
altitudine non sono molti, ma già abbastanza perché a partire dai primi anni '50
Rosbella iniziasse a spopolarsi. Nel 1949 a Rosbella risiedevano 350 abitanti, c'era una
chiesa con un prete, una casa canonica, un'osteria, una scuola con 31 bambini. Nel 1969 i
bambini erano rimasti soltanto 3 e la scuola chiuse. "Pinu Muntagna" è stato l'ultimo
a resistere, ma ci ha lasciati per sempre una mattina di primavera, nel 2002. Da allora a
Rosbella risiede stabilmente una sola famiglia, la mia.
Siamo fra i pochi in Italia che alla domanda "Come si chiamano gli abitanti di
Rosbella?", anziché "Rosbellesi" possono rispondere "Sandro, Marzia,
Edith e Leo".
Leo è stato battezzato nella chiesa di Rosbella nell'agosto del 2001, erano più di trent'anni
che non succedeva più una cosa simile, ed è stato meraviglioso.
Qui non c'è nulla, non sono arrivati i tempi moderni e dal punto di vista edilizio è
stata una grande fortuna. Per tutti i servizi di pubblica utilità c'è Boves che sta a 10
minuti di automobile. Per tutto il resto in 20 minuti si è nel centro di Cuneo.
Quando possiamo, ma pensandoci bene anche quando non possiamo, rimaniamo a Rosbella a
goderci la solitudine, che comunque è una solitudine relativa: in estate ci sono dei
vicini "stagionali" con i quali è sempre festa e l'inverno quassù evoca
pensieri sempre molto affollati, di progetti, di speranze, di ricordi.
A Rosbella in fin dei conti si vive nell'agiatezza psicologica più sfrenata, e di questi
tempi non è poco.
Che cosa vuol dire fare il tuo lavoro in quel territorio?
Vuol dire aver fatto una scelta qualche anno fa e portarla avanti coerentemente con il
proprio pensiero, il proprio essere.
Qui produrre e realizzare un film è molto diverso dal farlo nelle grandi città. Bisogna
un po' inventarsi tutto, dall'idea iniziale alla proiezione del film.
La troupe è sempre ridotta all'osso (io e mia moglie Marzia) e i tempi di produzione sono
inevitabilmente dilatati.
Il partner che si trova qui per la realizzazione di un film non è la classica casa di
produzione, che considera i temi della montagna a me tanto cari un settore di nicchia, ma
l'ente, l'associazione culturale, l'amministrazione pubblica o privata, che mentre decide
e delibera di asfaltare una strada o di migliorare la rete fognaria, deve anche avere la
lungimiranza di valorizzare in qualche modo la cultura e le radici del territorio in cui
opera.
Il vantaggio di questa dimensione è quello che ti permette di creare un racconto senza l'assillo
di riuscire a venderlo, ma con l'unico intento di arrivare al cuore della gente. E una
volta che arrivi al cuore della gente il gioco è fatto.
Quali difficoltà e quali soddisfazioni hai avuto che ritieni legate in maniera
specifica a quell'area geografica?
In quest'area geografica ci sono nato e il legame che ho con la mia terra cresce con gli
anni che passano. Non riesco a immaginarmi la vita, o anche solo un lungo periodo, lontano
da qui. E' un legame che non riesco a spiegare con le parole, c'è e basta.
Qui le difficoltà, professionalmente, sono essenzialmente di produzione, ma di questo ho
già parlato. Le difficoltà legate invece al vivere quotidiano non le considero tali. Se
in inverno una grossa nevicata mi costringe a spalare neve tutto il giorno e a rinviare
qualche appuntamento, non è un grande problema.
Le difficoltà e le soddisfazioni fanno parte della vita. Certo è entusiasmante essere
per qualche istante sulla cresta dell'onda, appagato dal lavoro, dalle circostanze, dagli
affetti più cari, ma non sempre la vita ti sorride. Credo che la mia terra, la mia gente,
le mie piccole montagne, mi abbiano insegnato a dare il giusto peso alle cose e a vivere
ogni momento fino in fondo, nel bene e nel male. Non saprei dire però se questo modo di
essere ha a che fare con il posto dove vivo, forse no? ma a me piace pensare di sì.
Cosa cerchi di trasmettere al pubblico?
Il tentativo è quello di emozionare, quasi mai di sorprendere. Le storie che costruisco
sono storie minime, fatte di piccole cose, raccontate sempre rispettando il modo di essere
delle persone che le vivono.
Sono affascinato dalle storie generazionali, quelle che trattano lunghi spazi temporali,
quelle che guardano indietro per trovare le motivazioni necessarie a vivere il presente,
quelle che cercano di scovare le radici profonde dell'essere.
Ecco! Credo che in fin dei conti mi riesca bene di trarre da piccole storie, insegnamenti
profondi che spingono a riflettere, a ricercare, a rivalutare le proprie radici.
Tu che hai ormai girato per molti festival cosa ci puoi raccontare delle reazioni
del pubblico ai tuoi lavori?
Devo dire che le reazioni del pubblico, fino ad oggi sono state sempre uniformemente
positive, indipendentemente dal fatto che il film fosse proiettato in Italia, Francia,
Svizzera o chissà dove. Questo mi fa pensare che la voglia di riconoscersi nei temi che i
miei film affrontano è una reazione indipendente dal posto in cui avviene la proiezione.
Più in generale però, e con un po' di rammarico, devo dire che la quasi totalità delle
giurie dei festival rimangono più colpite da argomenti molto simili ai miei, ma
provenienti da aree geografiche che mantengono un fascino particolare e, a mio modo di
vedere, persino spropositato. Mi spiego: i protagonisti dei miei film sono stati, per
esempio, un parroco di montagna o un pastore di pecore sambucane della valle Stura, ma nel
raffronto con i monaci o pastori tibetani di alcuni altri film hanno quasi sempre perso il
confronto.
Ci si dimentica in questi casi un aspetto molto importante: che essere monaci o pastori in
Tibet significa condividere le stesse scelte e gli stessi problemi di molti altri
tibetani, fare il parroco o il pastore ad Argentera vuol dire essere soli, ultimi,
condurre una vita in completa controtendenza rispetto alla grande maggioranza delle
persone che si hanno intorno. Continuare a raccontare le storie di questa gente è quindi
una responsabilità che gli autori come me devono sentire quasi come una missione.
Come ti immagini che cresceranno i tuoi figli a Rosbella?
Spero che Edith e Leo possano crescere nella serenità più totale che un posto come
questo sa offrire. Io e mia moglie Marzia sappiamo di avere una grande responsabilità:
quella di fare di tutto perché una nostra scelta sia la migliore possibile anche per
loro.
Torna su | Torna
alla Home Page |