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Breuil/ Cervinia Valtournenche
21-25 luglio 2004



Articoli

intervista a cura di Valeriana Rosso su ALP

Sandro Gastinelli nasce a Cuneo nel 1968 e, dopo un paio d'anni di esperienza come operatore in una televisione privata, nel 1990 fonda "Studiouno Produzioni Televisive" a Boves dove vive fino a pochi anni fa quando decide di seguire sino in fondo la scelta di vivere il più a contatto possibile con ciò che rappresenta le sue radici, la sua storia.
E non solo durante i fine settimana o per girare i documentari che fanno parte del suo progetto di ricerca sul territorio, ma come luogo di residenza primaria, di abitudini e gesti quotidiani. Come scelta di coerenza da parte di una persona genuina ma non ingenua, determinata a realizzare un progetto di vita e lavoro che non è frutto di mode del momento. Così va a vivere a Rosbella di Boves, con la moglie Marzia con cui condivide da sempre tali progetti, e i due figli, Edith e il piccolo Leo.
I suoi film, di cui elenchiamo più avanti i titoli principali, lo hanno imposto all'attenzione degli addetti ai lavori e dei festival, di cinema di montagna ma non solo, di mezzo mondo dove, nonostante la disattenzione da lui lamentata da parte di molte giurie, ha ricevuto oltre 11 premi. Sandro ha ricevuto l'apprezzamento di personaggi come Pupi Avati, Mario Brenta e Folco Quilici. Ma lo hanno soprattutto fatto molto amare dal pubblico, e non solo quello locale. Abbiamo incredibilmente visto in vari Paesi europei il pubblico reagire sempre allo stesso modo ai suoi film, con grande simpatia, curiosità e interesse verso le storie che lui racconta, come se ci fosse sete di conoscenza verso le proprie origini. Come se il mondo contadino da cui arriviamo fosse in fondo lo stesso ovunque e come se il pubblico capisse l'urgenza di raccogliere le ultime testimonianze possibili perché di quel mondo, di quegli usi, costumi e tradizioni rimanga memoria.

Nel '96 è l'autore di "Parla de Kyè", un video sulla fienagione nelle Alpi occidentali.
Nel 1999 realizza e coproduce con la RAI di Aosta, "Mari, monti e? gettoni d'oro", sulla vita di un montanaro, Piero Tassone, attraverso la quale rivivono 70 anni di sogni e illusioni di un'intera generazione.
Nel 2000 realizza "Aiga d'en viage, storie d'acqua e di speranza", una storia di religiosità popolare nelle valli alpine del Cuneese sullo sfondo della grande alluvione del 1957.
Da "Aiga d'en viage" viene tratto il cortometraggio "Arriverà il sole", che è il racconto in fiction di una sola delle storie già presenti nel mediometraggio.
Del 2002 sono una serie di video riguardanti la pastorizia ("Pastres de Sambucanos"), le emergenze artistiche e religiose ("Retournar"), gli itinerari turistici ("Vall&Stura"), i forni e i mulini ("Marlevar"), della Valle Stura di Demonte.
Il 2003 è l'anno di "A l'avirun ed l'aibu", un racconto a più voci di cosa abbia significato vivere la "civiltà del castagno" nelle Valli Monregalesi, sulle Alpi Occidentali, e di come si possa ancora oggi vivere all'ombra dell'albero per eccellenza.
"Piròt, en fiét d'en bot" è il titolo dell'altro film realizzato nel 2003 che racconta la vita dei bambini, ieri e oggi, in Valle Maira, attraverso le parole del vecchio Piròt e la forte immaginazione degli alunni dell'ultima pluriclasse dell'alta valle.

Sandro, ci puoi raccontare la tua vita tra quelle montagne?

Qui la vita è quella che sognavo potesse essere fin da bambino.
In più ho avuto la fortuna di condividere vita e lavoro con mia moglie Marzia. Io e lei siamo sintonizzati da sempre sulla stessa frequenza e il giorno in cui si è presentata l'opportunità di salire qui a Rosbella non ci abbiamo pensato due volte: è bastato uno sguardo per decidere. Rosbella è la più piccola e più alta frazione di Boves. 1000 metri di altitudine non sono molti, ma già abbastanza perché a partire dai primi anni '50 Rosbella iniziasse a spopolarsi. Nel 1949 a Rosbella risiedevano 350 abitanti, c'era una chiesa con un prete, una casa canonica, un'osteria, una scuola con 31 bambini. Nel 1969 i bambini erano rimasti soltanto 3 e la scuola chiuse. "Pinu Muntagna" è stato l'ultimo a resistere, ma ci ha lasciati per sempre una mattina di primavera, nel 2002. Da allora a Rosbella risiede stabilmente una sola famiglia, la mia.
Siamo fra i pochi in Italia che alla domanda "Come si chiamano gli abitanti di Rosbella?", anziché "Rosbellesi" possono rispondere "Sandro, Marzia, Edith e Leo".
Leo è stato battezzato nella chiesa di Rosbella nell'agosto del 2001, erano più di trent'anni che non succedeva più una cosa simile, ed è stato meraviglioso.
Qui non c'è nulla, non sono arrivati i tempi moderni e dal punto di vista edilizio è stata una grande fortuna. Per tutti i servizi di pubblica utilità c'è Boves che sta a 10 minuti di automobile. Per tutto il resto in 20 minuti si è nel centro di Cuneo.
Quando possiamo, ma pensandoci bene anche quando non possiamo, rimaniamo a Rosbella a goderci la solitudine, che comunque è una solitudine relativa: in estate ci sono dei vicini "stagionali" con i quali è sempre festa e l'inverno quassù evoca pensieri sempre molto affollati, di progetti, di speranze, di ricordi.
A Rosbella in fin dei conti si vive nell'agiatezza psicologica più sfrenata, e di questi tempi non è poco.

Che cosa vuol dire fare il tuo lavoro in quel territorio?

Vuol dire aver fatto una scelta qualche anno fa e portarla avanti coerentemente con il proprio pensiero, il proprio essere.
Qui produrre e realizzare un film è molto diverso dal farlo nelle grandi città. Bisogna un po' inventarsi tutto, dall'idea iniziale alla proiezione del film.
La troupe è sempre ridotta all'osso (io e mia moglie Marzia) e i tempi di produzione sono inevitabilmente dilatati.
Il partner che si trova qui per la realizzazione di un film non è la classica casa di produzione, che considera i temi della montagna a me tanto cari un settore di nicchia, ma l'ente, l'associazione culturale, l'amministrazione pubblica o privata, che mentre decide e delibera di asfaltare una strada o di migliorare la rete fognaria, deve anche avere la lungimiranza di valorizzare in qualche modo la cultura e le radici del territorio in cui opera.
Il vantaggio di questa dimensione è quello che ti permette di creare un racconto senza l'assillo di riuscire a venderlo, ma con l'unico intento di arrivare al cuore della gente. E una volta che arrivi al cuore della gente il gioco è fatto.

Quali difficoltà e quali soddisfazioni hai avuto che ritieni legate in maniera specifica a quell'area geografica?

In quest'area geografica ci sono nato e il legame che ho con la mia terra cresce con gli anni che passano. Non riesco a immaginarmi la vita, o anche solo un lungo periodo, lontano da qui. E' un legame che non riesco a spiegare con le parole, c'è e basta.
Qui le difficoltà, professionalmente, sono essenzialmente di produzione, ma di questo ho già parlato. Le difficoltà legate invece al vivere quotidiano non le considero tali. Se in inverno una grossa nevicata mi costringe a spalare neve tutto il giorno e a rinviare qualche appuntamento, non è un grande problema.
Le difficoltà e le soddisfazioni fanno parte della vita. Certo è entusiasmante essere per qualche istante sulla cresta dell'onda, appagato dal lavoro, dalle circostanze, dagli affetti più cari, ma non sempre la vita ti sorride. Credo che la mia terra, la mia gente, le mie piccole montagne, mi abbiano insegnato a dare il giusto peso alle cose e a vivere ogni momento fino in fondo, nel bene e nel male. Non saprei dire però se questo modo di essere ha a che fare con il posto dove vivo, forse no? ma a me piace pensare di sì.

Cosa cerchi di trasmettere al pubblico?

Il tentativo è quello di emozionare, quasi mai di sorprendere. Le storie che costruisco sono storie minime, fatte di piccole cose, raccontate sempre rispettando il modo di essere delle persone che le vivono.
Sono affascinato dalle storie generazionali, quelle che trattano lunghi spazi temporali, quelle che guardano indietro per trovare le motivazioni necessarie a vivere il presente, quelle che cercano di scovare le radici profonde dell'essere.
Ecco! Credo che in fin dei conti mi riesca bene di trarre da piccole storie, insegnamenti profondi che spingono a riflettere, a ricercare, a rivalutare le proprie radici.

Tu che hai ormai girato per molti festival cosa ci puoi raccontare delle reazioni del pubblico ai tuoi lavori?

Devo dire che le reazioni del pubblico, fino ad oggi sono state sempre uniformemente positive, indipendentemente dal fatto che il film fosse proiettato in Italia, Francia, Svizzera o chissà dove. Questo mi fa pensare che la voglia di riconoscersi nei temi che i miei film affrontano è una reazione indipendente dal posto in cui avviene la proiezione.
Più in generale però, e con un po' di rammarico, devo dire che la quasi totalità delle giurie dei festival rimangono più colpite da argomenti molto simili ai miei, ma provenienti da aree geografiche che mantengono un fascino particolare e, a mio modo di vedere, persino spropositato. Mi spiego: i protagonisti dei miei film sono stati, per esempio, un parroco di montagna o un pastore di pecore sambucane della valle Stura, ma nel raffronto con i monaci o pastori tibetani di alcuni altri film hanno quasi sempre perso il confronto.
Ci si dimentica in questi casi un aspetto molto importante: che essere monaci o pastori in Tibet significa condividere le stesse scelte e gli stessi problemi di molti altri tibetani, fare il parroco o il pastore ad Argentera vuol dire essere soli, ultimi, condurre una vita in completa controtendenza rispetto alla grande maggioranza delle persone che si hanno intorno. Continuare a raccontare le storie di questa gente è quindi una responsabilità che gli autori come me devono sentire quasi come una missione.

Come ti immagini che cresceranno i tuoi figli a Rosbella?

Spero che Edith e Leo possano crescere nella serenità più totale che un posto come questo sa offrire. Io e mia moglie Marzia sappiamo di avere una grande responsabilità: quella di fare di tutto perché una nostra scelta sia la migliore possibile anche per loro.

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