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ANDE, TORNA IN UN FILM L'ARRAMPICATA MALEDETTA
BRIVIDI PER SPORT
di Mirella Caveggia
(l'Unità 1 agosto 2004)
"Il freddo non fa cassetta", ha detto un giorno Dino de Laurentiis all'autore
del famoso documentario Italia K2 (1954) Marcello Baldi, che sognava di fare un
lavoro cinematografico in grado di dare davvero l'idea di una spedizione. Ma ha smentito
l'affermazione del produttore il bellissimo film di Kevin MacDonald intitolato Touching
the Void, proposto fuori concorso alla settima edizione del Cervino International Film
Festival. Interpretato da Brendan Mackey e Nicholas Aaron, con il commento fuori campo di
alcuni protagonisti della vicenda narrata, questa fiction si ispira a un'esperienza che,
durante un'ascensione sulle Ande peruviane ha stretto nella trappola di un destino
raccappricciante Simon Yates e Joe Simpson: un'avventura rievocata anche in un libro
scritto una decina di anni fa e pubblicato in Italia da Vivalda con il titolo La morte
sospesa.
Nella giuria della rassegna valdostana che spazia nell'universo alpinistico
dall'indagine ambientale e geografica all'osservazione antropologica, figurava anche Simon
Yates. Nato a Leichestershire nel 1963, e abitante in Cumbria ai confini con la Scozia, in
vent'anni di carriera di alpinista professionista, questo esploratore delle vette si è
recato dall'Alaska all'Australia, dall'estremo nord canadese al Sudamerica. Ha scalato una
decina di volte la catena del Karakoroum e in Kazakistan ha aggredito con passione molti seimila.
Recentemente, è stato il primo a salire sul monte Ada nella Terra del Fuoco.
La trama: corre l'anno 1985, quando Simon, ventidue anni e il venticinquenne Joe, altro
giovane alpinista, intraprendono la salita, mai effettuata prima, della parete ovest della
Siula Grande (6.536 m) nelle Ande peruviane. L'ascesa, ostacolata da asperità e da
passaggi imprevisti e difficili, è coronata dall'arrivo in vetta. L'abbraccio
tradizionale, l'affissione della bandierina e, molto preso, la via del ritorno, con una
grande soddisfazione e il peso della stanchezza. La discesa rivela strapiombi vertiginosi
e superfici senza fine coperte di neve farinosa, un vero incubo "l'insidia più
orrenda, snervante e pericolosa che si possa immaginare". Joe scivola e si rompe una
gamba. L'osso, fortemente sollecitato, gli ha lacerato la carne e i muscoli. Stordito e
sanguinante, rimane immobile. Il minimo spostamento sulla parete verticale lo fa urlare di
dolore. Intorno solo bufera, gelo e la notte ormai incombente. E nessuna speranza di
soccorso. Simon, impossibilitato a aiutarlo, pena il volo di entrambi nel vuoto, si rende
conto di non avere scampo. Con le mani irrigidite dal freddo, estrae un coltello e recide
la fune di 8 millimetri di spessore che li tiene legati, affidando il compagno di cordata
al suo destino. Il gesto estremo gli consente di rientrare al campo base, fisicamente
esausto e divorato dal rimorso di avere uccico Joe per aver salva la propria vita. Passati
tre giorni, il miracolo: Simpson riappare. Dopo una caduta in un crepaccio, dopo aver
vagato con incredibile forza di volontà nella ricerca di una salvezza fra labirinti di
ghiaccio, tormentato dalla sete e da dolori insopportabili, in preda ad allucinazioni, si
trova nei pressi della base dove chiede e riceve aiuto. Bisogna leggere il libro e vedere
le poderose immagini di un film di estrema suspense per intuire anche i risvolti
psicologici di una esperienza tanto spaventosa.
Yates l'ha superata. Vedendolo a quadi vent'anni di distanza sprizzare allegria e
simpatia, in contrasto con la figura chiusa e silenziosa dello scalatore tradizionale, ci
si domanda come abbia potuto uscire indenne nel fisico e nella psiche da una simile
avventura. E come lui e il suo compagno d'impresa, una Laurea in Lettere e un attivismo
energico in Greenpeace, abbiano continuato a viaggiare e a compiere scalate ad alti
livelli in tutto il mondo.
Lo ha provato la smagliante serie di diapositive che hanno illustrato il racconto semplice
di Simon Yates delle sue più fantastiche esperienze alpinistiche: vette di fiaba,
panorami d'eccezione, stupefacenti pinnacoli, spazi abbaglianti e senza fine. Australia,
Pakistan, Thailandia, Patagonia... Ma ci sarà pure qualche montagna che non ha mai visto?
"A lot - risponde - Sì, tante. Perché i costi sono enormi. Così, per fare
quattrini, mi dedico alla scrittura e, con non meno entusiasmo, a lavori umili ma
strapagati, come le arrampicate da uomo ragno sui più alti edifici metropolitani
per collocare pannelli, pulire pareti, lucidare vetrate. E se i compagni operai che
sanno la mia storia mi pigliano in giro, mostro il coltello che potrebbe dare un taglio
anche alle loro imbracature se non la piantano". Si capta in maniera nitida uno
spirito vivacissimo, forse talmente turbolento da creare qualche problema nella vita
normale... "A venti, trent'anni, partire, salire, scalare era un'ossessione - spiega
ancora Yates. Poi ho cominciato a essere più ragionevole e a cercare ritmi meno
frenetici. Ho trovato una moglie comprensiva, scalatrice anche lei e ho una figlia di 12
settimane. Finirò col fare il direttore di banca..."
C'è una domanda inevitabile... E' rimasto amico di Joe? "Amici non siamo mai stati -
risponde - Nelle spedizioni in montagna si è come soci di affari. Lega di più lo scopo
dell'ascensione che il nodo dell'amicizia. E, comunque, si è sempre delle unità
autonome, la corda non è il cordone ombelicale. Con Joe Simpson, dopo quell'esperienza,
non c'è più un gran rapporto". Questo è Simon Yates, uno che, se gli chiedi cos'è
per lui la montagna, ti risponde: "Lo scopo della vita, l'unico vero, quello che dà
un senso assoluto di libertà".
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