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PRODUZIONI DOC, QUANDO IL MONDO E' NELLO SCHERMO
effetto Michael Moore, ma non tutti approdano nei cinema. I documentaristi indipendenti
del Cervino film festival
di Elfi Reiter
Il Manifesto 18 agosto 2004
"I sassi non sono come la nebbia, pesano", dice
la voce off in Pepite nella nebbia dello svizzero Adriano Zecca, presentato al
recente Cervino International Film Festival con un'ampia selezione di documentari dedicati
al sociale. Quei sassi sono trasportati nei secchielli dai bambini che vivono nel
villaggio Bela Rica, sorto ai piedi della miniera d'oro aperta undici anni fa dopo che una
frana a causa di piogge abbondanti aveva scoperto un filone luccicante sulla montagna a
sud dell'Ecuador. Ufficialmente la legge vieta il lavoro minorile, ma si sa che le
necessità non si fermano davanti a cartelli appesi alla luce del sole: il 63% di
disoccupazione nell'Ecuador spinge molti a cercare fortuna a Bela Rica, assoldati come
jornalero dai caporali delle cooperative che gestiscono gli scavi e per guadagnare attorno
ai 220 franchi svizzeri al mese. Poi c'è chi scava in nero e si fa aiutare dai figli a
piantare i candelotti di dinamite per aprire nuove gallerie. La preparazione
dell'esplosione è lunga e, sottoterra, i rischi per la salute sono tanti, dall'inalazione
di gas alla mancanza di ossigeno al rischio di saltare in aria, essendoci a volte fino a
30 o 40 candelottti e per accendere tutte le micce ci vuole tempo. Le parole che narrano
di sei minatori uccisi sfumano nella nebbia che sbianca i colori della discarica di
Botador, fuori dalla miniera, dove i bimbi vanno a canchar, ossia a scavare tra le
pietre bagnate buttate dai carrelli. Grazie al progetto di alfabetizzazione El Diamante di
una organizzazione no profit internazionale, da poco è nata una scuola che ospita 210
alunni e sei insegnanti, ma molti nel pomeriggio tornano a canchar come Marisol di
8 anni o Miguel di 11: "per aiutare la mamma".
Venti su cento bimbi vivono con la sola madre, uno su cento senza genitori: la corsa
all'oro non ha solo spezzato gallerie nella montagna, ma anche il tessuto sociale.
Altri miraggi narra il film marocchino Le r êve unique di Mustapha Chaabi,
quell'unico sogno dei migranti africani: recarsi in Europa, dopa aver percorso, spesso a
piedi, lunghi tragitti attraverso i paesi sub-sahariani. La mdp di Chaabi si installa nel
villaggio precario di tende di plastica blu nella foresta del Tetuan sulla costa nord del
Marocco che ospita migliaia di uomini e donne in attesa di un destino migliore, tra
povertà e speranze. "Siamo diventati come animali - dice una voce prima dei titoli
di testa e poi lancia un appello alla comunità internazionale per un aiuto negli alloggi,
là. "Noi non abbiamo gli stessi diritti degli europei che trovano facilmente accesso
nei paesi d'Africa, noi, se chiediamo di andare in Europa ci credono subito terroristi e
spogliati nudi, ci rispediscono da dove siamo venuti", afferma un signore con il
turbante. E un altro racconta l'odissea dei permessi di soggiorno. Poi l'obbiettivo scruta
la costa, filo spinato sempre in primo piano, per narrare l'imbarco clandestino su piccoli
e grandi scafi, i blocchi di polizia, le file, E' l'immagine allo specchio degli sbarchi
sulle nostre coste, Ma qui, alle porte verso la Spagna, sulla collina in alto, è nato
anche un altro villaggio, fatto di sole pietre bianche, per ospitare chi è rimasto
imprigionato per sempre nel suo unico sogno.
Lo stesso tema nell'ironico corto Einspruch III dello svizzero Rolando Colla: un
algerino con la gamba artificiale viene beccato mentre supera il confine con altri
rifugiati e, dopo un colloquio surreale con le autorità (gli chiedono il rimborso della
rete bucata), viene rispedito in Germania. Nel pullmino si accorge che la protesi è
rimasta al posto di blocco, dove, nel frattempo, una poliziotta l'aveva trovata e chiede
al suo capo se può spedirla. Questi, inorridito, propone di buttarla ma, nel paese della
raccolta differenziata, è troppo complicato disfarsi di un oggetto che contiene plastica,
acciaio e altri materiali. Così la gamba artificiale va a finire da dove era arrivata:
oltre la rete, in territorio tedesco. Nel 2001 sono state respinte 102.735 persone dalle
autorità svizzere, dice la didascalia finale.
Intrigante, per argomento e linguaggio Hans in Glü ck - von einem, der auzzog, das
Rauchen loszuwerden dello svizzero Peter Liechti: il cineasta sperimentale (nel 1991
firma A Hole in the Hat assieme a Nam June Paik), nel luglio 1999 decide di
smettere di fumare e, per evitare lo stress da dipendenza, fa un giro a piedi da Zurigo al
lago di Costanza. Osserva le persone, classificandole fumatori, non fumatori e ex
fumatori, osserva il paesaggio violentato da edilizia e tempeste: tutto è già stato
filmato e la puzza non si può filmare... La telecamera è compagna fedele nelle
escursioni anti-fumo (una segue nel 2000 e un'altra nel 2001 prima di smettere
definitivamente) e noi partecipiamo al cammino e alle riflessioni, a volte iperboliche in
mancanza della sigaretta che placa ansia e solitudine. Ne esce un ironico ritratto della
Svizzera e dei suoi abitanti e l'autoironica presa di coscienza sulla propria dipendenza:
perché fumo?
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