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IN BILICO SULLA CRESTA DEL MONDO
Al Cervino festival, un viaggio sulle Ande con TOUCHING THE VOID scritto da Simpson,
l'alpinista che lottò con la morte.
E la giuria premia PRIMAVERA ESTATE AUTUNNO INVERNO E ANCORA PRIMAVERA di Kim Ki Duk
di Elfi Reiter
Il Manifesto 26 luglio 2004
"Perché non scala più con Joe Simpson?" La
domanda è per Simon Yates, alpinista quarantenne inglese che assieme al citato Simpson
nel 1985 realizzò il sogno comune di vedere la vetta del Siula Grande sulle Ande
peruviane, fino allora mai esplorato. "E' troppo pericoloso... ogni volta succede
qualcosa", ironizza col sorriso un po' amaro Yates e sa bene che allude al sogno
trasformatosi in incubo: al ritorno dalla cima conquistata a fatica, dapprima Joe cade
scivolando sulla neve e si rompe una gamba, poi l'amico lo lega a sè e lo fa
"scendere" a tratti facendolo scorrere senza appigli sulla ripida parete
ghiacciata finché una di queste discese veloci e dolorose lo conduce nel vuoto avendo
oltrepassato una cresta di ghiaccio. La corda tende, il corpo di Joe penzola nel vuoto,
sospeso nell'aria, Simon si tiene a sua volta speronando gli scarponi dentro il ghiaccio
sopra quel dirupo. Passano la notte, entrambi avvolti nel freddo, nella paura, nei timori
del domani. Simpson tenta di risalire ma le sue mani sono irrigidite, Yates non sa se
l'amico è vivo o morto e sente solo il peso che lo trascina verso il basso... Che fare?
Un attimo di riflessione disperata in cui la propria sopravvivenza lo fa pensare al
coltello nello zaino, lo estrae e - decide di tagliare la corda. Un taglio che per lui
significa salvarsi (forse?) e per l'amico pendente (morto?) il salto sicuro nel vuoto, nel
buio, nelle profondità del crepaccio fino a quel momento solo visto dall'alto. La loro
storia è diventata un libro, Touching the Void (in italiano La morte sospesa),
scritto dallo stesso Simpson che vi narra la sua lotta contro la morte sicura, la
delusione/disperazione al momento della percezione del pezzo di corda tagliata e la
consapevolezza che l'amico l'aveva abbandonato. E poi la metamorfosi del grido di paura
nella perseveranza di voler trovare una via di uscita dal buco più profondo e di trovarla
non risalendo -come sarebbe ovvio e al contempo impossibile per la gamba dolente- ma
calandosi ancor più giù, ancor più dentro la montagna. E sarà la stessa montagna, in
perfetto spirito zen, a indicare grazie al riverbero di un raggio di sole l'uscita
laterale da raggiungere strisciando essendo il terreno ghiacciato molto fragile. Grande è
la gioia nel rivedere la luce del sole e il mondo attorno, ma lui si trova ancora lassù
nel mezzo di una parete del Siula Grande sulle Ande e il cammino verso valle è lungo e
faticoso. Ce la farà? E' stato lui a scrivere la sua storia ed è lui a raccontarla nel
film diretto da Kevin Macdonald, presentato al settimo Cervino International Film Festival
chiusosi ieri sera a Breuil-Cervinia al Cinéma des Guides (in Italia esce con Fandango).
Macdonald ha scelto la docufiction, facendo narrare gli stessi protagonisti ripresi
frontalmente in primo piano come dei testimoni diretti e ricostruendo dal vivo con attori
le vicende di quei fatidici sette giorni. "L'avrei fatto anch'io", sussurrò
all'amico Joe giunto esausto alla tenda e continuava a difenderlo davanti alle
innumerevoli critiche sollevatesi nel mondo dell'alpinismo nei confronti di Yates appena
tornato in Inghilterra. Le nebbie in alta quota, i ghiacci, i volti deformati da sole e
freddo fanno pensare al Grido di pietra di Werner Herzog, il regista tedesco amante
dell'estremismo nella vita e nel cinema, ma Herzog si era fermato al "grido", Touching
the Void si addentra in quel grido, visualizzandolo.
"Il nostro non è un festival di solo
alpinismo", dice Valeriana Rosso che da sette anni dirige la manifestazione che si
svolge nella conca meravigliosa (purtroppo piena di enormi alberghi) all'ombra dello
spettacolare Cervino, "mi piace esplorare il cinema di montagna in cui è vista come
spazio di vita e non solo meta da raggiungere e da sfruttare". Vari i temi proposti,
la curiosa amicizia tra falchi e uomini nata a Pokhara ai piedi dell'Himalaya in Parahawking
di Saunders-Griffith, Hill e Mason, la tribù indigena nella Papua Nuova Guina in Papuas
di Marco Preti. E ancora la vita che si è quasi fermata sui versanti nord e sud delle
Alpi in Pirot, en fièt d'en bot di Sandro Gastinelli che con sapiente ironia
racconta l'infanzia di un bimbo a inizio secolo affittato d'estate come pastore e
d'inverno avido ascoltatore di fiabe sulle streghe, e in Charles, Edouard ou le temps
sospendu di Bernard Boyer, ritratto curato nei dettagli di due fratelli che vivono sul
versante francese un tempo remoto in una fattoria isolata che non hanno mai abbandonato.
Il paradiso perduto nel deserto del Sahara -il grande mare senz'acqua, come lo chiamano i
tuareg- è al centro di Sahara-Das versunkene Paradies dell'austriaco Michael
Schlamberger, il quale andò alla ricerca delle origini della vita nascosta tra le dune di
sabbia infinite, incuriosito dai graffiti raffiguranti rinoceronti, giraffe e uomini che
si tuffano e nuotano, trovati nel 1933 dall'austriaco Ladislaus Almasy. I percorsi nomadi
attraggono l'inglese Alex Gabbay nei suoi A Man called Nomad e In search of Zhang Zhung.
Infine il verdetto della giuria: miglior fiction (2000
euro) il rigoroso coreano Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera di
Kim Ki-Duk (attualmente nelle sale), il gran premio (3500 euro) il citato Charles,
Edouard... del francese Boyer, miglior documentario (2500 euro) l'originale The
Race del tedesco Uli Wiesmaier, duello tra un arrampicatore e un campione di
parapendio, secondo premio all'austriaco Sahara, das versunkene Paradies.
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