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L'odissea andina di Simpson e Yates
di Pietro Crivellaro
Il Sole 24 Ore 29 agosto 2004
Nell'alpinismo non è raro vedersela molto brutta e poi cavarsela per miracolo, ma una
storia come quella accaduta nel 1985 ai due inglesi Joe Simpson e Simon Yates su una
parete inviolata delle Ande peruviane è unica, pressoché inimmaginabile. Fortunatamente
una storia a lieto fine, soprattutto per Simpson, autentico redivivo da un'oltretomba di
ghiaccio. Grazie anche a un indubbio talento narrativo, l'alpinista ne ha approfittato per
ricavare un libro sensazionale e affermarsi come scrittore. Il suo Touching the Void
una quindicina d'anni fa è stato un best seller mondiale. Tradotto a suo tempo anche in
Italia con il titolo La morte sospesa da Vivalda, resta uno dei titoli di montagna
più venduti e oggi gli appassionati non vedono l'ora che arrivi nei cinema il film di cui
si parla nei festival specializzati. Genziana d'oro all'ambito appuntamento di Trento ai
primi di maggio, La morte sospesa diretto dallo scozzese Kevin MacDonald, è stato
proiettato proprio ieri all'Arena La Palma di Roma, in un'anteprima della distributrice
Fandando che annuncia l'uscita nelle nostre sale per il 19 novembre.
Un mesetto fa, il film si è distinto sopra ogni altro al festival di Cervinia, benché
fosse giustamente fuori concorso. Il presidente della giuria era infatti Simon Yates,
compagno di Simpson nell'odissea andina e personaggio tutt'altro che di spalla, come si è
visto nella sua presentazione dal vivo e come ben appare nel film. Anche qui il regista
MacDonald si è affidato alla prediletta formula del film-documentario, che gli valse
l'Oscar con One Day in September, ricostruzione del sanguinoso sequestro degli
atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco 1972.
In La morte sospesa, Simpson e Yates si alternano con testimonianze da studio ai
due attori Breandan MacKey e Nicholas Aaron che li incarnano, quasi come controfigure,
nella ricostruzione sulla temibile parete glaciale della Sula Grande dove si svolse la
vicenda. Nonostante i vincoli della fedeltà ai fatti, della salvezza finale dichiarata e
dell'attento rispetto della tecnica di scalata, che per una volta gli alpinisti troveranno
ineccepibile, Macdonald riesce a eludere noia e pedanteria, mantenendo sempre tesa la
suspence. Sappiamo subito che anche Simpson si salverà, lo vediamo alternarsi con Yates a
rievocare le fasi cruciali della storia, ma non riusciamo a immaginare come sia riuscito a
cavarsela dopo essere stato lasciato per morto.
Quando Simpson si rompe un ginocchio con tutta la parete ancora da scendere, sembra già
chiaro che il ferito sia spacciato e anche Yates non abbia molte probabilità di uscirne
vivo. Invece, uno stringe i denti e l'altro lo cala lungo il ripido pendio di neve e
ghiaccio. Con le due corde annodate fanno cento metri per volta, ma il primo si arrischia
a scendere in libera, scalando a ritroso senza assicurazione. In una delle due ultime
calate, Simpson resta appeso alla corda nel vuoto. Nell'oscurità e nella tempesta non si
sentono. Yates non può recuperarlo né dargli altra corda bloccata sul nodo. Alla fine la
taglierà, perché due morti sicuri sono peggio di uno solo. Simpson, semiassiderato, vola
in fondo a un crepaccio, impossibile da risalire nelle sue condizioni. Nonostante il
finale noto, la suspence è garantita.
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