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Breuil/ Cervinia Valtournenche
21-25 luglio 2004



 


Articoli

L'odissea andina di Simpson e Yates
di Pietro Crivellaro
Il Sole 24 Ore 29 agosto 2004

Nell'alpinismo non è raro vedersela molto brutta e poi cavarsela per miracolo, ma una storia come quella accaduta nel 1985 ai due inglesi Joe Simpson e Simon Yates su una parete inviolata delle Ande peruviane è unica, pressoché inimmaginabile. Fortunatamente una storia a lieto fine, soprattutto per Simpson, autentico redivivo da un'oltretomba di ghiaccio. Grazie anche a un indubbio talento narrativo, l'alpinista ne ha approfittato per ricavare un libro sensazionale e affermarsi come scrittore. Il suo Touching the Void una quindicina d'anni fa è stato un best seller mondiale. Tradotto a suo tempo anche in Italia con il titolo La morte sospesa da Vivalda, resta uno dei titoli di montagna più venduti e oggi gli appassionati non vedono l'ora che arrivi nei cinema il film di cui si parla nei festival specializzati. Genziana d'oro all'ambito appuntamento di Trento ai primi di maggio, La morte sospesa diretto dallo scozzese Kevin MacDonald, è stato proiettato proprio ieri all'Arena La Palma di Roma, in un'anteprima della distributrice Fandando che annuncia l'uscita nelle nostre sale per il 19 novembre.
Un mesetto fa, il film si è distinto sopra ogni altro al festival di Cervinia, benché fosse giustamente fuori concorso. Il presidente della giuria era infatti Simon Yates, compagno di Simpson nell'odissea andina e personaggio tutt'altro che di spalla, come si è visto nella sua presentazione dal vivo e come ben appare nel film. Anche qui il regista MacDonald si è affidato alla prediletta formula del film-documentario, che gli valse l'Oscar con One Day in September, ricostruzione del sanguinoso sequestro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco 1972.
In La morte sospesa, Simpson e Yates si alternano con testimonianze da studio ai due attori Breandan MacKey e Nicholas Aaron che li incarnano, quasi come controfigure, nella ricostruzione sulla temibile parete glaciale della Sula Grande dove si svolse la vicenda. Nonostante i vincoli della fedeltà ai fatti, della salvezza finale dichiarata e dell'attento rispetto della tecnica di scalata, che per una volta gli alpinisti troveranno ineccepibile, Macdonald riesce a eludere noia e pedanteria, mantenendo sempre tesa la suspence. Sappiamo subito che anche Simpson si salverà, lo vediamo alternarsi con Yates a rievocare le fasi cruciali della storia, ma non riusciamo a immaginare come sia riuscito a cavarsela dopo essere stato lasciato per morto.
Quando Simpson si rompe un ginocchio con tutta la parete ancora da scendere, sembra già chiaro che il ferito sia spacciato e anche Yates non abbia molte probabilità di uscirne vivo. Invece, uno stringe i denti e l'altro lo cala lungo il ripido pendio di neve e ghiaccio. Con le due corde annodate fanno cento metri per volta, ma il primo si arrischia a scendere in libera, scalando a ritroso senza assicurazione. In una delle due ultime calate, Simpson resta appeso alla corda nel vuoto. Nell'oscurità e nella tempesta non si sentono. Yates non può recuperarlo né dargli altra corda bloccata sul nodo. Alla fine la taglierà, perché due morti sicuri sono peggio di uno solo. Simpson, semiassiderato, vola in fondo a un crepaccio, impossibile da risalire nelle sue condizioni. Nonostante il finale noto, la suspence è garantita.

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